Quando cambia il nome di una sindrome
di Federica Giusti - Venerdì 15 Maggio 2026 ore 08:00

I risvolti psicologici della nuova definizione della PCOS
Certe diagnosi non restano nei referti: entrano nell’identità e ci rimangono. Lo vedo spesso nella stanza di terapia.
Per molte donne, la sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) non è stata solo una condizione medica, ma un’esperienza emotiva fatta di vergogna, senso di inadeguatezza e conflitto con il proprio corpo. Vissuta come una colpa da espiare e come un’ombra da nascondere.
Acne, aumento di peso, irregolarità mestruali, irsutismo, difficoltà di fertilità: sintomi diversi che spesso incidono profondamente sull’autostima e sull’immagine corporea. Molte donne raccontano di essersi sentite “sbagliate”, lontane dagli ideali di femminilità associati a magrezza, pelle perfetta e maternità. E questo, spesso, è stato relegato a semplice “fastidio”, “esagerazione”, insomma qualcosa che le donne amplificavano quasi fosse un loro modo per stare al centro dell’attenzione.
Negli ultimi anni la comunità scientifica ha iniziato a discutere anche del nome della sindrome. Sempre più specialisti ritengono che “ovaio policistico” sia una definizione limitante e imprecisa. Non tutte le pazienti presentano ovaie policistiche e, soprattutto, la condizione coinvolge molto più della sfera ginecologica.
Da qui nasce la proposta di una nuova definizione: “sindrome ovarica poliendocrina metabolica”. Un termine che mette in evidenza la complessità endocrina e metabolica della sindrome, recentemente arrivato nella nomenclatura scientifica nazionale.
Può sembrare un semplice cambiamento tecnico, ma il linguaggio medico ha un forte impatto psicologico. Il modo in cui noi chiamiamo le “cose” della nostra vita rappresentano il nostro mondo interno.
La vecchia definizione concentrava implicitamente l’attenzione sulla fertilità e sulla funzione ovarica, facendo sentire molte donne ridotte alla dimensione riproduttiva. La nuova denominazione prova invece a restituire un’immagine più ampia della condizione: non un problema “delle ovaie”, ma una sindrome sistemica che coinvolge ormoni, metabolismo e salute mentale.
La letteratura scientifica mostra infatti che la PCOS si associa frequentemente ad ansia, depressione, disturbi alimentari, isolamento sociale e difficoltà nella percezione del proprio corpo. Il problema non è solo biologico. È anche culturale.
In una società che continua a legare il valore femminile all’aspetto fisico e alla maternità, la PCOS può trasformarsi in un’esperienza di estraneità dal proprio corpo.
Naturalmente un nuovo nome non cancella la sofferenza né gli stereotipi. Ma può cambiare il modo in cui la sindrome viene raccontata e compresa.
Perché le parole orientano lo sguardo. E quando una diagnosi riesce finalmente a descrivere la complessità di ciò che una persona vive, può diventare non solo più precisa, ma anche più umana.
Ecco perché non appena sono venuta a conoscenza di questo cambio di nome ho pensato che potesse essere importante parlarne anche qua. Restituire dignità non è il mio ruolo, ma nemmeno ignorare quei contesti che l’annullano.
Federica Giusti
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