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giovedì 01 ottobre 2020

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

​Pensieri in libera uscita

di Libero Venturi - domenica 22 marzo 2020 ore 07:00

Dovendo restare confinato in casa “agli arresti domiciliari” a causa del coronavirus, per ingannare il tempo metto su un po’ di musica e affido la mia evasione virtuale alla libertà dei pensieri. Anche se libertà di pensiero e pensieri in libertà non sono proprio la stessa cosa. Ascolto canzoni, selezionando quelle che hanno per tema l’affaccio al balcone. Perché è dalle finestre, dai davanzali, dai terrazzi che ci sporgiamo per respirare, comunicare e, i meno disinibiti, per cantare insieme agli altri l’inno nazionale, Bella Ciao o intonare romanze e canzonette. E la notte guardare le stelle. Noi, gente normale, in case condominiali normali e piccole, noi che non siamo come la gente ricca che si vede in tivvù, quelli che hanno grandi case con giardini esclusivi, che ci ripetono “restate in casa, andrà tutto bene!”. Che Dio li benedica. Sì, benedica anche loro, oggi che siamo tutti affratellati, tutti uniti e distanti e non per problemi sociali, ma virali. Mi sono rifatto ad una raccolta che si intitola “Romantìca”, come parola piana, con accento sulla penultima sillaba, perché gioca sul doppio senso della melodia romantica e dell’antica canzone popolare romanesca. La consiglio agli amanti del genere, non so quanti siano. L’autore è Giorgio Tirabassi, un attore con una bella voce che, forse proprio perché non è cantante, ma attore, interpreta e intona bene quei testi. E poi la musica di fondo non è stucchevolmente retrò, ma si mischia a sonorità jazz e blues, per quel poco che ne capisco. Insomma a me piace. Le parole sono semplici, la cadenza orecchiabile come, in genere, la canzone popolare. Segnalo “Tango Romano” di Petrolini che parla di amore e primavera, ora che in primavera siamo entrati e vi accludo il link https://www.soundsblog.it/post/424173/romantica-giorgio-tirabassi-tracklist-cover. Su Spotify potete ascoltare, a gratis, l’album. Intanto vi faccio un estratto di alcuni testi.

“Affaccete, Nunziata”

Affaccete Nunzià, core adorato/ che 'sta nottata invita a fa’ l'amore./ Er cielo è tutto quanto imbrillantato/ la luna manna a sfasci lu sprendore.../ Affaccete Nunziata/ boccuccia de cerasa/ fravola inzuccherata/ fatte vedè lissù.

“Alla finestra affacciati”

Alla finestra affacciati/ in mezzo a li vasetti/ bella, coquell’occhietti/ incatenato tu mhai questo cor./ Incatenato sì/ comille catene/ io nun me posso/ più scatenà.

“M’affaccio alla finestra”

Lei: Fior de verbena/ ar munno nun c’è rosa senza spina/ né core nnammorato che nun pena.

Lui: Maffaccio alla finestra e vedo lonne/ le mimiserie vedo che sogranne/ lamore mio chiamo, nu marisponne.

“Stornelli a dispetto”

Lui: Affaccete alla finestra o grugno nero/ te voglio sbattein faccia un pommidoro/ de mejo nun te meriti davero.

Lei: Lucello in gabbia/ si canta la matina cola nebbia/ nun canta per amore, canta perabbia!

“Le stelle”

Le stelle su ner cielo so’ a millanta/ er marinaro disse conta, conta/ er marinaro disse conta, conta/ quella che cerchi tu sempre ce amanca./ Me ne vorrebbe anna’ lontano tanto/ nun m’ha da ritrova’ nemmeno er vento/ nun m’ha da ritrova’ nemmeno er vento/ dove la Maddalena fece er pianto./ Povera vita mia, poveri passi/ alla fine saranno tutti persi/ alla fine saranno tutti persi/ piagnete mura e sospirate sassi.

Sono storie di vita e malavita, dove l’amore ricercato, perso, contrastato è un tutt’uno con l’esistenza grama, eppure anche spensierata. Si adattano a questo reo tempo, con le loro melodie rilassanti sono un antidoto al malessere del tempo. Certo quegli affacci presupporrebbero uno stornellatore o qualcuno giù a basso e invece noi possiamo sporgerci, ma giù “nun ce sta’ niscuno”. E chi ci sta non ci dovrebbe stare, dovrebbe stare a casa.

A proposito, bella, forse anche di più, la romanza napoletana. Restando in tema di affaccio al balcone ci sarebbe “Fenesta che lucive”.

Fenesta che lucive e mò non luci/ sign’è ca Nenna mia stace ammalata./ Saffaccia la sorella e me lo dice:/ Nennella toja è morta e s’è atterrata./ Chiagneva sempre ca dormeva sola, ah!/ Mò duorme co’ li muorte accompagnata!

Dice però che porti sculo. Lo dicono i napoletani. In effetti il testo non è proprio dei più allegri. Eravamo a pranzo ad Ischia, durante un gemellaggio in cui, come dipendente pubblico, ero al seguito del Comune. Nel ristorante con uno stupendo affaccio sul mare, c’era un giovane con chitarra che cantava le canzoni napoletane, secondo l’uso di quelle parti, dove c’è poco lavoro e tutti chissà perché, o forse proprio per questo, sono intonati e cantano. Come a dire, “canta che ti passa”... Gli chiesi quella canzone e lui, che cantava la qualunque, fece gesti apotropaici, si rifiutò e, in sostituzione, mi cantò “Fenesta vascia”.

Fenesta vascia e padrona crudele,/ quanta suspire mmhaje fatto jettare!/ Mmarde stu core, comma na cannela,/ bella, quanno te sento annomenare!

Molto in sintesi il protagonista si immagina di essere un giovane acquaiolo che canta e, alle donne che dal balcone gli chiedono chi è che vende l’acqua, risponde solacreme dammore e non è acqua!”. Come la classe. Effettivamente meno pessimista dell’altra. Da incontri e gemellaggi si impara sempre qualcosa.

E poi c’è “Luna Rossa”.

E 'a luna rossa mme parla 'e te,/ io lle domando si aspiette a me,/ e mme risponne: "Si 'o vvuó sapé,/ ccá nun ce sta nisciuna”. /...Luna rossa,/ chi mme sarrá sincera?/ Luna rossa,/ se n'è ghiuta ll'ata sera/ senza mme vedé./ E io dico ancora ch'aspetta a me,/ for 'o barcone stanott'ê ttre,/ e prega 'e Sante pe' mme vedé./ Ma nun ce sta nisciuna.

Luna Rossa era il cavallo di battaglia del Mago. La cantava al Bar La Posta a me e ad altri comuni amici e compagni: la Pera, il Vit, Toni, Duccio, Maurino, il Cignale, quel bischero del Celati. Mi manca il Mago, mi mancano quei tempi, quando la vita e la morte non ci avevano ancora divisi.

E forse ha ragione mio fratello. Di età è minore, ma di pessimismo maggiore, inarrivabile. Nemmeno io sono un ottimista ed è una bella gara, ma lui nessuno lo batte. È un grande! A paragone Giacomo Leopardi, pessimismo cosmico compreso, è un buontempone. Gli fa un baffo. Mio fratello dice che è un casino e speriamo di levarci le gambe, questo virus ha un indice di mortalità altissimo. E, dice, non è nemmeno il solito complotto degli Stati Uniti. In effetti anche l’America è colpita e Trump cerca di comprarsi la ricerca europea del vaccino a fine esclusivo degli americani. Bello stronzo! E dice che l’Europa ci chiude le porte in faccia e solo la Cina ci aiuta. E, come la Cina, bisognerebbe assumere restrizioni ancora più severe. Io gli rispondo forse no, forse i dati saranno migliori e speriamo che basti. Aggiungo che la Cina è un regime totalitario, dove le persone non contano niente e conta solo lo Stato, è una dittatura e di una dittatura non ci deve venir voglia. Dico che l’Europa alla fine ci aiuterà e semmai il problema sarà non ricorrere troppo al deficit spending, se no, pur costretti, finiremo di ripercorrere la strada dell’ex governo populista di Lega e 5 Stelle di cui oltretutto abbiamo finora, stante l’emergenza, mantenuto le misure sociali, previdenziali e perfino i decreti sicurezza. Ma insomma, oltre che sul virus, sull’Europa mio fratello ha mica tutti i torti, purtroppo. Magari correggeranno il tiro e va bene l’emergenza sanitaria, ma Altiero Spinelli, uno dei padri fondatori dell’Unità Europea, si sarà rigirato nella tomba. Così mi sbatto anch’io su queste rive, fra l’Era e l’Arno, con le magnifiche sorti e progressive.

Non arriveremo, si spera, ai 20-30 mila morti dell’Asiatica del ‘57 e dell”influenza di Honk Kong del ‘68, ma mentre scrivo, sabato 21 marzo, siamo i primi al mondo con 4.032 decessi su 47.021 contagiati, più morti della Cina che però di contagiati ne ha il doppio di noi. Sembra impossibile, forse è la ricerca e l’analisi preventiva degli infetti quella che manca.

Intanto in effetti l’Europa ci ha ripensato, ci voleva un virus per superare il patto di stabilità. E il Governo ha varato il “Cura Italia”. Speriamo sopratutto che la sanità pubblica non venga più tagliata e che tutti paghino le tasse, così non occorrerebbero nemmeno i pur lodevoli atti di liberalità da parte dei più o dei troppo abbienti. Salute e istruzione dovrebbero stare al primo posto. Sempre. E al loro fianco il lavoro. Per contrastare la diffusione del contagio, le altre nazioni europee ora seguono abbastanza le nostre orme, solo lo scapigliato Boris Johnson in Inghilterra, separata in casa, ha ritenuto sufficiente affidarsi al naturale conseguimento di una darwiniana immunità di gregge. Ma pare cambi opinione. E speriamo anche barbiere.

A proposito di Leopardi e del pessimismo suo, mio e di mio fratello, così il grande recanatese nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”, nelle “Operette Morali”, fa dire dalla Natura al malcapitato:

Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro che alla felicità degli uomini o all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n'avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

Per dire della natura matrigna che ci fece all’affanno. Le umane genti, con le loro azioni, non sono ininfluenti rispetto alle sorti della natura, la quale comunque rimane indifferente alle nostre, di sorti. E infatti mentre fino a poco tempo fa ci inondava di piovaschi e acquazzoni, da quando siamo chiusi in casa ci omaggia, quasi a dispetto, di un bel cielo azzurro primaverile.

E tutti filosofi a dire che alla fine ripenseremo i nostri modelli di vita, saremo meno egoisti e venali, diverremo più sociali, meno frenetici e consumisti, meno aggressivi verso l’ecosistema. E che il mondo sarà un posto migliore in cui vivere. Già il cielo sopra Pechino è più terso, come a Milano, e più limpida l’acqua a Venezia. E io penso ok, ma non ci volevano virus. E forse nemmeno filosofi, anche se apprezzo il pensiero e il proponimento. In realtà temo che purtroppo usciremo da questa stretta virale più poveri, più deboli e più indebitati. Forse ancora più diseguali. Soprattutto quelli, paesi e cittadini, che già lo erano e lo sono. E che oltretutto avevano già impostato, per quanto possibile, la propria vita nel rispetto di valori sociali e ambientali. Vabbè.

Ma ora per fortuna e per vostro sollievo, cari lettori, devo interrompere l’esposizione dei miei fasulli pensieri in libertà. Questi, del resto, sono tempi in cui le libertà personali sono limitate dall’emergenza coronavirus e anche la compagna mi richiama alla solerte e solenne disciplina della sanificazione -quasi una santificazione- del bagno. Lo piglierei più volentieri in quel posto. Se posso ancora liberamente dire. Buona domenica e buona fortuna.

Pontedera, 22 Marzo 2020

Libero Venturi

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