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Mercoledì 04 Febbraio 2026

VI PRESENTO I MIEI... — il Blog di Dino Fiumalbi

Dino Fiumalbi

Dino Fiumalbi è nato e vive a Pontedera, dove ha svolto diversi mestieri, fra i quali l’insegnante. Nel 2018 ha pubblicato una ricerca sulla città e su un pontaderese, frequente commensale di Napoleone all’Elba : - Giuseppe Balbiani, 1767-1851 Da Pont’ad Era a Napoleone e ritorno a Pontedera, Tagete, Pontedera, 2018. Ha pubblicato quattro libri di narrativa, esauriti in stampa ma presenti in Bibliolandia, la rete provinciale delle biblioteche pisane: - La neve e il Vermentino, Carmignani, Cascina, 2015 - Noi umani cerchiamo quadrature, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, 2019. - Le Donne, il Diavolo e il Destino, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, 2021 - Il Marmo, le Mani, la Musica, Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, 2023 È molto affezionato ai suoi personaggi, silenti consiglieri della sua famiglia di carta. Per questa ragione ha deciso di presentarli nel blog, fra storie e metastorie.

Tonio

di Dino Fiumalbi - Mercoledì 04 Febbraio 2026 ore 08:00

La mia famiglia di carta, come tante famiglie di carne, è composta da un bel ventaglio generazionale.

Tonio, il personaggio di questo articolo, viene dalla “generazione silenziosa”, quella degli anziani, che da ragazzi salivano sui carri trainati da cavalli e che ora si affacciano curiosi a sbirciare negli smartphone di figli e nipoti. Hanno fatto un gran salto nel tempo e uno enorme nella tecnologia, ed entrambi li costringono a rivedere se stessi nell’Età sperimentale di cui parlano Erri De Luca e Ines de la Fressange.

Fino a parecchio tempo fa, i vecchi salvaguardavano il ricordo e dispensavano saggezze; erano come vestali che, al posto del fuoco, custodivano e alimentavano la memoria.

Da qualche decennio non è più così, o meglio, non lo è più per tutti gli anziani.

Le serate di veglia, dove si raccontano storie e si danno consigli, non si fanno più davanti al camino, ma davanti agli schermi sbrilluccicanti e gli unici anziani che vengono ascoltati sono quelli riconosciuti come guru, come novelli ipse dixit, catalogabili di fatto come influencer di alto bordo, che criticano aspramente gli altri influencer di bordo basso, quelli da Pandoro per intenderci. I guru on line sono seguiti dai codazzi di lettori/auditori, parecchio influenced, che pendono dai loro post e condividono sui social le loro esternazioni, le comode citazioni prêt-à-porter, anche senza capirle bene, ma con grande effetto domino. Presidiano a eventi diretti dove si riempiono le sale, da quelle chic a quelle di periferia, tutte con obbligo di prenotazione largamente anticipato.

Gli altri anziani, quelli che non arrivano a livello guru, non se li c… onsidera nessuno.

A me, invece, questi vecchietti anonimi e saggi piacciono, un po’ per identità di genere e un po’ perché mi sembrano più anticonformisti e protestatari di quando erano giovani. È vero, parlano di un altro mondo e di un altro tempo, annoiano e scivolano talvolta nei rimpianti, ma siamo sicuri che questi altri mondi e questi altri tempi producano noia solo perché sono fin troppo rammentati? Siamo sicuri che siano, almeno in parte, conosciuti da coloro che non li hanno vissuti? Io credo di no! La memoria collettiva di una Storia che si immerge nel passato, oltre i 10/20 anni fa, diventa sempre più approssimativa ed evanescente. Chi rammenta tempi più profondi dà forse l’idea di una fantascienza capovolta?

Un buon racconto del tempo trascorso potrebbe, allora, avere un effetto ridestante per le nuove generazioni? I discorsi dei vecchietti, che evocano un mondo più umano, potrebbero diventare vere e proprie alternative agli attuali appiattimenti del corpo, della mente e dell’anima?

Ai postumi l’ardua sentenza!

Il mio Tonio non è certo un guru, è il classico anziano di una volta, che usa la stufa a legna anche in estate, beve vino locale e fa previsioni meteo senza satellite, in concorrenza con Tommaso.

È un montanaro, asciutto come un faggio di crinale, consunto come una roccia levigata, e resistente come entrambi. È nato nel 1929, ha fatto a malapena la terza elementare, ma è capace di esternare risposte saccenti alle domande capziose dell’ingegnere e del fresco avvocato. Continua a condurre le vacche al pascolo, possiede una memoria di ferro e aiuta il gestore nella ricostruzione della storia del rifugio, volta a ottenere un prezioso vincolo storico ambientale.

È il nonno di Betta, alla quale ha trasmesso la passione per le mucche da latte.

È la voce dei monti, una voce profonda, fatta di toni bassi e udibile solo a chi si dispone all’ascolto. La montagna non è ciarliera, non urla, ma è capace di far capire le sue regole al giovane sconsiderato Giulio che corre il rischio di morire precipitando per non avere ascoltato quella voce, che suggeriva di seguire il sentiero.

Tonio rappresenta una sorta di genius loci vivente, memoria del posto, custode di storie vere e di leggende, come quella del gigante trasformato nella roccia dell'Omo Morto, l’uomo che dorme di cui parla Spike Lee nel film Miracolo a Sant’ Anna.

Nell’ottavo capitolo si racconta la ristrutturazione del rifugio, realizzata da tre uomini di generazioni diverse che, condividendo in simbiosi il progetto e la fatica, riescono a conoscersi e riconoscersi davvero. Tonio sovrintende, dà consigli ed è presente il giorno in cui si scopre che la cantina comunica con una misteriosa grotta nella quale si trovano cose piuttosto strane:

I resti di un fucile mitragliatore Thompson americano e di due Sten inglesi, quasi sgretolati dalla ruggine, affioravano dai resti di una sacca militare, insieme a due pistole ridotte a ferraglia.

Tonio pareva saperla lunga su quel materiale e gli altri due si rivolsero muti verso di lui, chiedendo spiegazioni con gli sguardi.

Il montanaro rispose socchiudendo le palpebre e con un cenno della testa li invitò a tornare al tavolo e ai bicchieri facendo intendere, con questo prologo, che la spiegazione sarebbe stata piuttosto lunga.

Uscirono e si sedettero.

La narrazione fu preceduta da molti sospiri iniziali, quasi che Tonio dovesse far partire un vecchio motore fermo da tempo; fu rimarcata, da alcune espressioni durissime, inaspettate nel cordiale montanaro; fu conclusa con numerosi lucciconi che, scivolando nelle rughe del volto, tentarono invano di passare inosservati:

Tonio aveva partecipato alla Resistenza come staffetta ed era stato testimone del massacro dei 560 abitanti e sfollati di Sant’Anna; ne parla come non aveva mai fatto in vita sua, richiamando tutte le lacrime sepolte da tempo. Ritorna quel ragazzo di 15 anni, che aveva giurato di fare giustizia e capisce che, nonostante siano passati 64 anni, non ha mai perdonato gli autori della barbarie.

Durante il racconto, Franco e Tommaso hanno l’impressione che il fatto sia appena accaduto: percepiscono sulla pelle gli sgraffi che il ragazzo si fece nascondendosi nel folto di un prunaio per sfuggire alle SS e ai collaborazionisti fascisti, sentono il crepitio delle armi automatiche e quasi avvertono l’odore acre dei cadaveri bruciati.

Tonio piange da vecchio come aveva pianto da ragazzo, quando la vita lo aveva costretto a essere uomo:

“Col dorso della mano Tonio si asciugò l’ultima lacrima e fece per andarsene:

“Pensateci voi ad avvisa’ il maresciallo, io quella roba un la voglio più tocca’ !”

“Aspetta”, disse Franco “prima di far pubblicità proviamo a dare un’occhiata, voglio vedere cosa c’è di vero sulla leggenda del tunnel”.

“Son vecchie storie che ci raccontavano quando s’era bimbi!” replicò Tonio. Poi, colpito da una associazione di idee proseguì “A di’ la verità, mi ricordo che una volta, che ci s’era fermati proprio qui, nelle stanze mezze rotte, sentii fa’ un accenno al vecchio Batoni. Diceva che, quando i tedeschi se ne fossero andati, il paese avrebbe potuto riscoprire il suo tesoro che era sepolto qui vicino. Poi però il vecchio morì senza specificare meglio e può darsi che quelle armi ce l’avesse messe proprio lui”.

Franco intanto era ritornato nel tunnel, si era avvicinato a una delle pareti e alla luce della pila osservava più da vicino la roccia. Poi, preso un martello da muratore, invitò gli amici a seguirlo.

In breve l’ingegnere si rese conto che quel tunnel era un budello minerario abbandonato. Si notavano tecniche piuttosto primitive di coltivazione ma, scalpellando la superficie, stava scoprendo una vena di argento, con minerale quasi puro. Era sicuramente una miniera abbandonata, a prima vista molto più ricca delle vene del Bottino, che non venivano più coltivate da parecchio tempo.”

Dopo la parentesi da protagonista del nono capitolo, il personaggio Tonio torna dietro le quinte e rientra nel ruolo di silente custode dei monti.

Viene rammentato quasi alla fine del libro da Tommaso che, nel viaggio di ritorno, riavvolge il nastro della sua avventura canadese con la prosperosa Margot:

“Una sera, in un locale del villaggio vicino, Tommy conobbe un anziano inuit con il quale si mise a parlare in un francese stentato, annaffiato da abbondanti grog. A un certo punto ebbe la netta sensazione di trovarsi nel circolino del paese, a chiacchierare con Tonio, di fronte al ponce alla livornese.”

Gli venne spontaneo pensare che il viaggio e la migrazione, risolvono molto in parte i dubbi esistenziali, anche se di sicuro allargano gli orizzonti. Si convinse che i luoghi si assomigliano tutti e, se da una parte è necessario e importante vederli, non forniscono l’alterità da soli. La ricerca, ammesso che sia possibile trovar qualcosa, è da attivare forse, più all’interno che all’esterno del sé.

L’annuncio dell’atterraggio imminente lo distolse dalla revisione.”

Come negli articoli precedenti, le parti di testo in corsivo sono tratte dal romanzo:

Dino Fiumalbi, La neve e il Vermentino, Carmignani, Cascina, 2015.

L’interpretazione grafica del personaggio Tonio è stata tratteggiata dall’artista Francesca Costagli

Aggiungo una nota personale.

Nel libro, che è frutto di fantasia, si parla di una miniera d’argento, che però esiste davvero. La visitammo da adolescenti, quando andavamo in vacanza a Farnocchia. Eravamo ospitati nella sede della banda del paese dal Parroco Don Renato Vanzo, ex cappellano della chiesa del villaggio Piaggio di Pontedera, trasferito nel paesello sperduto sui monti (proprio come accadde a Don Milani spedito a Barbiana).

Ci accompagnava e ci trasportava il suo successore, l’ottimo Don Marcello Rovini, che ahimè, ci ha lasciato un po’ troppo presto. Nei primi anni di quella vacanza alternativa, la strada si fermava a un chilometro dal paese e dovemmo portare tutto a spalla, compresa, appunto, la stufa a legna!

Ci accompagnò, nella visita alla miniera, un paesano di Farnocchia, che vi si recava a lavorare tutti i giorni, con un un’ora abbondante di cammino all’andata e altrettanto al ritorno. Attaccata alla cintura portava una falce con la quale manteneva pulito il sentiero. Conservo ancora piccoli pezzi di roccia con il minerale d’argento in bella evidenza.

Il gruppo degli adolescenti è rimasto unito e si ritrova spesso nella cena dei “Farnocchini”.

Dino Fiumalbi

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