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lunedì 10 dicembre 2018

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

DIZIONARIO MINIMO: Sottosuolo

di Libero Venturi - domenica 15 luglio 2018 ore 07:25

Memorie del sottosuolo. Ma non c’entra Dostoevskij o forse sì. Il 10 giugno del 1981 Alfredino Rampi, un bambino di 6 anni, cadde in un pozzo artesiano in località Selvotta, una piccola frazione di campagna, situata lungo la via di Vermicino che collega Roma a Frascati. Quando arrivarono i soccorsi, sopraggiunti da ogni dove, allertati dai genitori, Alfredino era ancora in vita, si udiva la sua flebile voce. Sopraggiunsero migliaia di persone, televisione e bancarelle. Nando Broglio, un pompiere, giorno e notte parlò con lui, promettendogli di fargli visitare la caserma e dicendogli che Mazinga stava venendo a salvarlo. Ma dopo quasi tre giorni di tentativi falliti, anche maldestri, il bambino morì dentro il pozzo, scivolato a una profondità di 60 metri. L’ultima cosa che disse è che sentiva tanto freddo. Il suo corpo fu recuperato solo l’11 luglio, 28 giorni dopo la morte, dai minatori di Gavorrano. La vicenda ebbe grande risalto sulla stampa e nell’opinione pubblica italiana, suscitò sentimenti di profonda commozione, rappresentati dalla presenza del Presidente Pertini, subito accorso e trasmessi dalla Rai. Insomma provammo la solidarietà umana e la diretta televisiva. Oggi purtroppo rimane poco della prima e tutto della seconda. Ci fu un caso analogo in America: il 14 ottobre 1987, a Midland, Texas, la piccola Jessica McClure, di diciotto mesi, cadde in un pozzo, ma per fortuna due giorni dopo fu estratta viva. Gli americani sono americani. Da noi prevale più la tragedia. Anche il fratello di Alfredino, Riccardo, 36 anni, impiegato, due figli, è morto d’infarto nel 2015 in una discoteca romana. Il suo cuore si è fermato durante una festa di addio al celibato. Eppure dopo la tragedia di Alfredino, mamma Franca, non si era persa d’animo e aveva dato vita al Centro Alfredo Rampi, “per non morire mi sono spesa per gli altri, col Centro dedicato a mio figlio ho salvato tanti bambini come lui. E ho salvato me”. Molti errori, allora, furono commessi per pressappochismo ed inesperienza, lo disse al Presidente. Dopo qualche giorno Pertini le telefonò, “Signora, dopo quello che è successo e dopo la conversazione con lei, ho deciso di istituire il Ministero della Protezione Civile».

Cosa sarà mai passato per la testa del venticinquenne allenatore di una squadra di ragazzini da 11 a 16 anni, i “Cinghiali”, quando ha deciso di portare i suoi 12 calciatori nelle grotte di Tham Luang, in Thailandia, è difficile dirlo. Era il 23 giugno scorso. Oltretutto nel periodo dei Monsoni e delle piogge che da quelle parti non scherzano e lungo un percorso impervio e tortuoso di 4 chilometri, a mille metri di profondità. Forse per vivere il senso dell’avventura, forse per un rito di iniziazione giovanile, una prova del coraggio. Oppure a cercare la concentrazione prima del campionato. Gli orientali hanno uno spiccato senso della dimensione spirituale che cercano dappertutto, evidentemente anche nel sottosuolo. Meditazione, calma, risparmio di energia e costante consapevolezza. Sono sopravvissuti bevendo acqua piovana che stillava dalle pareti della grotta. L’allenatore è un ex monaco buddista.

Ho giocato tanto a calcio, più o meno giovane e dilettante, ma una preparazione atletica di questo tipo non mi è mai capitata. E alla Grotta del Vento e di Frasassi ci sono stato da grande, ma con tour speleologici più organizzati.

Dell’esperienza dei ragazzi thailandesi ora si può parlare con un certo sollievo. Anche in questo caso, stavolta con esito felice, si è dispiegata la solidarietà umana. In un mondo divenuto globale, da ogni parte del pianeta sono arrivati esperti a coadiuvare le autorità locali. Non tutto il globale vien per nuocere. Ciò ha consentito il ritrovamento dei ragazzi, dopo 10 giorni trascorsi nel sottosuolo, invaso dalle acque del torrente sotterraneo ingrossato dalle piogge. Tutti sono stati portati in salvo con attrezzature subacquee sperimentate ad hoc. Un eroico soccorritore volontario è morto annegato durante i lavori di preparazione per il salvamento.

Di fronte a fatti come questi, provo un senso di vergogna per la mancanza di solidarietà che sta prendendo piede nel nostro Paese che chiude i porti alle navi delle Ong e delle altre nazioni, violando i regolamenti internazionali e i principi del mare, quelli del diritto umano al soccorso e alla vita. Tanto più che, comunque, gli sbarchi non si arrestano. Tanto più che, così facendo, ci inimichiamo quegli Stati europei che potrebbero modificare i trattati imponendo una solidarietà più diffusa nell’ospitalità dei profughi e invece ci dimostriamo amici, per affinità politiche elettive, dei paesi ostili all’accoglienza che con il loro tragico nazionalismo ci lasceranno, soli e ridicoli, nel nostro “sovranismo” a fronteggiare queste vicende. E queste vicende, che siano un problema è evidente, che siano un pericolo è soprattutto strumentale, che non siano anche un’opportunità sarebbe da ragionare. Ma da noi questa muscolare mancanza di solidarietà viene esibita con forza e sbandierata come crescita elettorale. E, viceversa, l’affermazione della solidarietà temuta come perdita di consensi. Poi che solidarietà e sicurezza debbano procedere di pari passo si è sempre detto. Ma intanto dov’è finita la solidarietà? Forse nel sottosuolo delle nostre memorie e coscienze.

Una preparazione precampionato così impegnativa, non uguale, ma simile a quella thailandese, sarebbe da proporre a certe squadre di calcio e certi giocatori che so io, del campionato nazionale e non solo. Gli allenatori poi sono sempre stati croce e delizia. Il più simpatico era quello che ci gridava da bordo campo: “Tutti ‘ndietro! Tutti avanti! Fate un po’ ‘ome cazzo vi pare, Diiiio ingrese!” Intaccava quando “si adirava” e l’accostamento vagamente blasfemo della somma divinità alla britannica nazionalità, declamato in accento toscano, era probabilmente un retaggio del sentimento avverso alla “perfida Albione”. Il Fascio e la guerra erano passati da poco.

Per vicende che non starò a raccontare, trovandomi al seguito di altri a Coverciano, mi è capitato di vedere giocare la Nazionale di calcio, allenata da Arrigo Sacchi, in un’amichevole di preparazione contro una squadra locale. Mi ricordo gli schemi pre-partita, provati a sfinimento e imposti a campioni del calibro di Roberto Baggio, per dirne uno, che a me pareva “sfavato” nel doverli metterli in pratica con estenuante ripetizione. La partita finì che vinse la squadra locale. Quella squadra era il Pontedera. Poi la Nazionale di Sacchi si fece ugualmente onore, Baggio compì meraviglie creative e sbagliò un rigore decisivo. Perché questo sarebbe il calcio. Uno sport molto, troppo sopravvalutato in tutti i sensi, ma sempre passione e “alegria do povo”, come era Garrincha. L’angelo dalle gambe storte, il Chaplin del calcio, il calciatore brasileiro claudicante che, caracollando, diventava imprendibile. Di una debolezza aveva fatto una forza. Da povero fu ricco, amato e campione e poi di nuovo povero per morirsene solo ed alcolizzato. Ma rimase sempre Garrincha, e tutti lo piansero perché era la gioia del popolo.

Ci vorrebbe qualcuno o qualcosa che allenasse di nuovo anche la nostra solidarietà, gli desse nuovi schemi e creatività, nuovi orizzonti, speranza, nuova gioia popolare. La tirasse fuori, magari a calci, dalle memorie del sottosuolo in cui questo Governo e la nostra cattiva coscienza l’hanno precipitata e la portasse in salvo. In sicurezza. Buona domenica e buona fortuna.

Libero Venturi

Pontedera, 15 Luglio 2018

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“La sofferenza è l’unica causa della coscienza. E sebbene abbia dichiarato che secondo me la coscienza è per l’uomo la più grande disgrazia, so però che l’uomo l’ha cara e non la scambierebbe con le maggiori soddisfazioni”. Fëdor Michajlovič Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”.

Libero Venturi

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